Carlo Alberto Salustri, in arte Trilussa: biografia e poesie.

Trilussa, All'ombra Trilussa (26-10-1871 - 21-12-1950) è il poeta romano Carlo Alberto Camillo Salustri, che adottò questo pseudonimo come anagramma del proprio cognome. Il padre, Vincenzo, è un cameriere originario di Albano Laziale, la madre,  Carlotta Poldi, è invece di Bologna e fa la sarta.
Trilussa aveva una sorellina, Isabella, che morì nel 1872 di difterite a soli tre anni. Nel 1874 morì anche il padre Vincenzo. La famiglia allora si trasferì prima in via di Ripetta e poi in piazza di Pietra, nel palazzo del marchese Ermenegildo Dei Cinque Quintili, che fu padrino di battesimo di Carlo Alberto. Quest'ultimo frequenta le scuole elementari dal 1880 al 1886, prima nel Collegio San Giuseppe, infine all’Angelo Mai.
Ultimata la scuola, Carlo Alberto si appassionò alla lettura dei sonetti di Belli e di Zanazzo, che fu fondatore e direttore de “Il Rugantino”.
L’invenzione della stampa” fu il suo primo sonetto pubblicato, sul n. 7 del foglio del folklore romano “Il Rugantino” esattamente il giorno 30 ottobre 1887.
Da qui seguirono ulteriori collaborazioni con altre testate romane quali: “Don Chisciotte”, “Il Messaggero”, “Travaso delle Idee”, “Capitan Fracassa” sempre firmandosi col nome d'arte Trilussa.
Una serie di versi in dialetto ispirati a 20 belle donne, fu pubblicata nel 1888 su “Il Rugantino”, la raccolta fu intitolata “Le stelle di Roma”. Questa fu criticata pesantemente in quanto Trilussa non aveva usato il vero dialetto trasteverino.
Er mago de Borgo”, due almanacchi romaneschi, furono invece stilati nel 1890 e 1891.
Quaranta sonetti”, illustrato da Gandolin, fu pubblicato nel 1895, tramite l’editore Voghera.
Altri sonetti” è datato 1896, con l’editore Folchetto.
Sono edizione Voghera anche “Caffè concerto”, “Le favole romanesche” e, nel 1903, “Er serrajo”. Sempre nel 1903, partecipa al “Torneo dialettale italiano” di Milano.
Negli anni seguenti, in compagnia di altri poeti dialettali, conclude con successo diverse tournée in varie città d’Italia: Brescia, Padova, Ferrara... .
Ancora con edizione Voghera, pubblica “Le favole” (1908), “I Sonetti” (1909), “Nove Poesie” (1910), “Le storie” (1912).
In questi anni sul giornale “Travaso delle Idee” cura la rubrica “Le confessioni di Maria Tegami”.
Senza il consenso di Trilussa, nel 1913 l'editore Carra & Bellini pubblica “Le stelle di Roma”, che sarà riproposto anche nel 1918 col titolo “…a tozzi e bocconi”.
Nel 1914 compie una tournée in Egitto.
Pubblica ancora “Le funzioni della vita” (1918 ed. Cappelli), “Lupi e agnelli” (1919 ed. Voghera) e “Le favole” (1920 ed. Modernissima).
Trilussa è molto famoso e proprio in questo periodo s'innamora di una ragazza trasteverina, che lancia come diva del cinema col nome Leda Gys.
A Roma risiede in via Maria Adelaide, in uno studio abitazione stile bohémienne, ideato da Hermann Corrodi. È un enorme stanzone con oggetti di ogni tipo: arredi bizzarri, strumenti musicali, souvenir esotici, statuette, tappeti, quadri, libri, fotografie e molte caricature. In questa estrosa abitazione Trilussa riceve ogni giorno amici, ma anche giornalisti, aspiranti poeti e ammiratrici.
Non condividerà con nessuno la sua stravagante dimora, fatti salvi il gatto Pomponio e la governante Rosa Tomei.

Dal 1922 Mondadori inizia a pubblicare le opere di Trilussa con raccolte che iniziano ad uscire in quell'anno "Lupi e agnelli", "Le favole", "Nove poesie", "Le cose", "I sonetti", "Le storie" e "Ommini e bestie". Nel 1922 lo scrittore entra in Arcadia con lo pseudonimo di Tibrindo Plateo che fu anche quello del Belli. E' del 1924 la sua tournèe in Sudamerica.

Trilussa è scrittore di un gran quantità di poesie in dialetto romanesco, diverse di poesie sono in forma di sonetti. Fu tra i precursori, verso la fine del XIX secolo, dei versi in dialetto romanesco, tanto che dopo la pubblicazione dei versi belliani, alcuni poeti romani iniziarono a scrivere anch'essi in dialetto. Durante gli studi Trilussa non aveva dato il meglio di sé, pertanto non poteva essere considerato un intellettuale. Anche per questa ragione la sua poesia di strada è tuttora tagliente quanto diretta. Furono le strade romane a fornirgli la maggiore ispirazione, non i libri. Quando Trilussa era ragazzo, il suo insegnante di materie letterarie, Francesco Chiappini, lesse le sue prime poesie. Chiappini è ricordato come l'autore del primo dizionario di romanesco pubblicato. Chiappini confidò alla madre di Carlo Alberto che suo figlio non sarebbe mai potute essere un poeta.
Così, per pregiudizi e forse per invidia, anche dopo che il successo letterario di Trilussa fu largamente conclamato, Chiappini continuò a criticarlo.
Quando un giornale locale gli pubblicò le prime opere, queste ricevettero presto il consenso dei lettori, e furono ben presto pubblicate nella prima delle sue molte raccolte di poesie. La sua popolarità gradualmente si trasformò in vera e propria fama: tra il 1920 e il 1930 era piuttosto noto in tutta Italia, e tenne recital in cui declamava le proprie poesie in diverse città. Trilussa, Carlo Alberto Salustri - BustoCiononostante, non frequentò mai i circoli letterari, ai quali continuava a preferire le osterie. Negli anni successivi, però, la struttura sociale della città sarebbe cambiata profondamente; l'ispirazione che il poeta traeva così intimamente dalle vecchie atmosfere romane era destinata pian piano ad abbandonarlo. I suoi anni migliori giungevano così al termine. Eppure, a soli pochi giorni dalla sua morte, gli veniva riconosciuto il titolo di senatore a vita per alti meriti in campo letterario e artistico: "Siamo ricchi!" fu il suo ironico commento alla vecchia governante nell'apprendere la notizia, ben sapendo che tale titolo non era molto più che una carica onorifica. Circa 80 anni prima, Belli era stato ispirato dal netto contrasto fra le classi sociali più alte e quelle più basse, e dalla lotta per l'essenziale che quest'ultime quotidianamente sostenevano; ma la Roma fin de siècle aveva ben altra struttura sociale: la piccola borghesia (dalla quale Trilussa stesso proveniva) era ora cresciuta, era la classe più rappresentata. Le sue poesie sono dunque popolate da nuovi e tipici personaggi di un mondo piccolo-borghese (la casalinga, il commesso di negozio, la servetta, ecc.). Oltre a comporre versi, il poeta illustrava anche alcuni dei suoi sonetti e poesie con disegni, rivelando un altro lato del suo temperamento artistico. Il dialetto usato da Trilussa è piuttosto diverso da quello dei "Sonetti" belliani: molto più limato nei suoi tratti dialettali, e assai più vicina all'italiano, come d'altronde veniva parlato in quegli anni, uno degli effetti del livello culturale medio della popolazione, che verso la fine dell'800 si era notevolmente innalzato, dopo la caduta dello Stato Pontificio. Per questo motivo ricevette anche critiche da alcuni poeti dialettali più "puristi" del suo tempo.
Disegni di Trilussa
Dunque, le poesie di Trilussa risultano forse meno pungenti, meno caustiche di quelle di Belli, ma lo spirito umoristico che le sostiene è esattamente lo stesso. Anche il contenuto delle loro opere è chiaramente diverso. Mentre Belli usava la poesia come pretesto per scrivere satire, Trilussa usava l'umorismo come pretesto per scrivere poesie. La conseguenza diretta è che le composizioni di Trilussa sono meno pungenti, meno amare dei sonetti al vetriolo di Belli, ma il tipo di umorismo a cui entrambi attingono è esattamente lo stesso. Altra caratteristica delle opere di Trilussa sono gli animali: in molte delle sue poesie leoni, scimmie, gatti, cani, maiali, topi, ecc. danno vita a divertenti situazioni, mettendo in ridicolo i molti vizi e difetti dell'uomo. Fra i meriti artistici, di Trilussa viene anche ricordata una collaborazione col famoso fantasista Ettore Petrolini (1884-1936), per il quale scrisse alcuni testi brillanti.



1- L'indovina de le carte (La cartomante)

- Pe' fà le carte quanto t'ho da dà?
- Cinque lire. - Ecco qui; bada però
che m'hai da dì la pura verità...
- Nun dubbitate che ve la dirò.

Voi ciavete un amico che ve vò
imbrojà ne l'affari. -- Nun po' stà
perché l'affari adesso nu' li fo.
- Vostra moje v'inganna. - Ma va' là!

So' vedovo dar tempo der cuccù!
- V'arimmojate. - E levete de qui!
Ce so' cascato e nun ce casco più!

- Vedo sur fante un certo nun so che...
Ve so state arubbate... - Oh questo sì:
le cinque lire che t'ho dato a te.
Per fare le carte quanto chiedi?
- Cinque lire. - Ecco qui; bada però
che mi devi dire la pura verità...
- Non dubitate, ve la dirò.

Voi avete un amico che vi vuole
imbrogliare negli affari. -È impossibile
perché affari adesso non ne faccio.
- Vostra moglie vi inganna. - Ma va' là!

Sono vedovo da tempo immemorabile!
- Vi riammogliate. - E togliti di qui!
Ci son cascato e non ci casco più!

Vedo sul fante un certo non so che...
Vi sono state rubate... - Oh questo sì:
la cinque lire che ho dato a te.

2- Dispiaceri amorosi

Lei, quanno lui je disse: - Sai? te pianto... -
s'intese gelà er sangue ne le vene.
Povera fija! fece tante scene,
poi se buttò sul letto e sbottò un pianto.

- Ah! - diceva - je vojo troppo bene!
Io che j'avrebbe dato tutto quanto!
Ma c'ho fatto che devo soffrì tanto?
No, nun posso arisiste a tante pene!

O lui o gnisuno!... - E lì, tutto in un botto,
scense dar letto e, matta dar dolore,
corse a la loggia e se buttò de sotto.

Cascò de peso, longa, in mezzo ar vicolo...
E mò s'è innammorata der dottore
perché l'ha messa fòri de pericolo!
Lei, quando lui le disse - Sai? Ti lascio...-
lei sentì il sangue gelarsi nelle vene.
Povera figlia! Fece tante scene,
poi si gettò sul letto e scoppiò a piangere.

- Ah! - diceva - gli voglio troppo bene!
Io che gli avrei dato tutto quanto!
Ma cosa ho fatto per soffrire tanto?
No, non posso resistere a così grandi pene!

O lui o nessuno!... - E lì, all'improvviso,
scese dal letto e, pazza di dolore,
corse alla loggia e si lanciò di sotto.

Cadde di peso, lunga, in mezzo al vicolo...
E adesso s'è innamorata del dottore
perché l'ha messa fuori pericolo!

3- La dipromazzia (La diplomazia)

Naturarmente, la Dipromazzia
è una cosa che serve a la nazzione
pe' conservà le bone relazione,
co' quarche imbrojo e quarche furberia.

Se dice dipromatico pe' via
che frega co' 'na certa educazzione,
cercanno de nasconne l'opinione
dietro un giochetto de fisionomia.

Presempio, s'io te dico chiaramente
ch'ho incontrato tu' moje con un tale,
sarò sincero sì, ma so' imprudente.

S'invece dico: - Abbada co' chi pratica...
Tu resti co' le corna tale e quale
ma te l'avviso in forma dipromatica.
Naturalmente, la diplomazia
è una cosa che serve alla nazione
per conservare le buone relazioni,
con qualche imbroglio e qualche furberia.

Si dice diplomatico per via
che inganna con una certa educazione,
cercando di nasconder le opinioni
dietro un gioco di apparenza.

Per esempio, se io ti dico chiaramente
che ho incontrato tua moglie con un tale,
sarò sincero sì, ma sono imprudente.

Se invece dico: - Attento a chi frequenta...
Tu resti con le corna tale e quale
ma te lo dico in forma diplomatica.

4- Er ceco (Il cieco)

- I -
Su l'archetto ar cantone de la piazza,
ar posto der lampione che c'è adesso,
ce stava un Cristo e un Angelo de gesso
che reggeva un lumino in una tazza.

Più c'era un quadro, indove una regazza
veniva libberata da un'ossesso:
ricordo d'un miracolo successo,
sbiadito da la pioggia e da la guazza.

Ma una bella matina er propietario
levò l'archetto e tutto quer che c'era,
pe' dallo a Spizzichino l'antiquario.

Er Cristo agnede in Francia, e l'Angeletto
lo prese una signora forestiera
che ce guarnì la cammera da letto.

- II -
E adesso l'Angeletto fa er gaudente
in una bella cammeretta rosa,
sculetta e ride nella stessa posa
coll'ale aperte, spensieratamente.

Nun vede più la gente bisognosa
che je passava avanti anticamente,
dar vecchio stroppio ar povero pezzente
che je chiedeva sempre quarche cosa!

Nemmanco j'aritorna a la memoria
quer ceco c'ogni giorno, a la stess'ora,
je recitava la giaculatoria:

nemmeno quello! L'Angeletto antico
adesso regge er lume a la signora
e assiste a certe cose che nun dico!

- III -
Er ceco camminava accosto ar muro
pe' nun pijà de petto a le persone,
cercanno co' la punta der bastone
ch'er passo fusse libbero e sicuro.

Nun ce vedeva, poveraccio, eppuro,
quanno sentiva de svortà er cantone
ciancicava la solita orazzione
coll'occhi smorti in quell'archetto scuro.

Perchè, s'aricordava, da cratura
la madre je diceva: - Lì c'è un Cristo,
preghelo sempre e nun avè paura...

E lui, ne li momenti de bisogno,
lo rivedeva, senza avello visto,
come una cosa che riluce in sogno...

- IV -
Da cinque mesi, ar posto der lumino
che s'accenneva pe' l'avemmaria,
cianno schiaffato un lume d'osteria
cor trasparente che c'è scritto: Vino.

Ma er ceco crede sempre che ce sia
er Cristo, l'Angeletto e l'artarino,
e ner passà se ferma, fa un inchino,
recita un paternostro e rivà via...

L'ostessa, che spessissimo ce ride,
je vorebbe avvisà che nun c'è gnente,
ma quanno è ar dunque nun se sa decide.

- In fonno, - pensa - quann'un omo prega
Iddio lo pò sentì direttamente
senza guardà la mostra de bottega.
- I -
Sull'archetto all'angolo della piazza,
al posto del lampione che vi è adesso,
c'era un Cristo e un Angelo di gesso
che reggeva un lumino in una tazza.

Inoltre c'era un quadro, dove una ragazza
veniva liberata da un'ossesso:
ricordo d'un miracolo accaduto,
sbiadito dalla pioggia e dall'umidità.

Ma una bella mattina il proprietario
tolse l'archetto e tutto quel che c'era,
per darlo a Spizzichino l'antiquario.

Il Cristo andò in Francia, e l'Angioletto
lo prese una signora forestiera
che vi guarnì la camera da letto.

- II -
E adesso l'Angioletto fa il gaudente
in una bella cameretta rosa,
si atteggia e ride nella stessa posa
con l'ali aperte, spensieratamente.

Non vede più la gente bisognosa
che gli passava davanti anticamente,
dal vecchio storpio al povero pezzente
che gli chiedeva sempre qualche cosa!

Nemmeno gli torna alla memoria
quel cieco che ogni giorno, alla stessa ora,
gli recitava la giaculatoria:

nemmeno quello! L'Angioletto antico
adesso regge il lume alla signora
e assiste a certe cose che non dico!

- III -
Il cieco camminava rasente al muro
per non urtare contro le persone,
cercando con la punta del bastone
che il passo fosse libero e sicuro.

Non ci vedeva, poveraccio, eppure,
quando avvertiva di voltare l'angolo
borbottava la solita orazione
con gli occhi spenti in quell'archetto buio.

Perchè, si ricordava, da bambino
la madre gli diceva: - Lì c'è un Cristo,
pregalo sempre e non aver paura...

E lui, nei momenti di bisogno,
lo rivedeva, senza averlo visto,
come una cosa che riluce in sogno...

- IV -
Da cinque mesi, al posto del lumino
che s'accendeva per l'Ave Maria,
vi hanno messo un lume d'osteria
dove sul trasparente è scritto: Vino.

Ma il cieco crede sempre che vi sia
il Cristo, l'Angioletto e l'altarino,
e nel passare si ferma, fa un inchino,
recita un Pater Nostrum e rivà via...

L'ostessa, che spessissimo ci ride,
gli vorrebbe avvisare che non c'è niente,
ma quanno è al dunque non si sa decidere.

- In fondo, - pensa - quando un uomo prega
Iddio lo può udire direttamente
senza badare agli aspetti esteriori.

5- Felicità

C'è un'ape che se posa
su un bottone de rosa:
lo succhia e se ne va...
Tutto sommato, la felicità
è una piccola cosa.
C'è un'ape che si posa
su un bocciolo di rosa:
lo succhia e se ne va...
Tutto sommato, la felicità
è una piccola cosa.

6- La poesia

Appena se ne va l'urtima stella
e diventa più pallida la luna
c'è un Merlo che me becca una per una
tutte le rose de la finestrella:
s'agguatta fra li rami de la pianta,
sgrulla la guazza, s'arinfresca e canta.

L'antra matina scesi giù dar letto
co' l'idea de vedello da vicino,
e er Merlo furbo che capì el latino
spalancò l'ale e se n'annò sur tetto.
- Scemo! - je dissi - Nun t'acchiappo mica...-
E je buttai du' pezzi de mollica.

- Nun è - rispose er Merlo - che nun ciabbia
fiducia in te, ché invece me ne fido:
lo so che nu m'infili in uno spido,
lo so che nun me chiudi in una gabbia:
ma sei poeta, e la paura mia
è che me schiaffi in una poesia.

È un pezzo che ce scocci co' li trilli!
Per te, l'ucelli, fanno solo questo:
chiucchiù, ciccì, pipì... Te pare onesto
de facce fa la parte d'imbecilli
senza capì nemmanco una parola
de quello che ce sorte da la gola?

Nove vorte su dieci er cinguettio
che te consola e t'arillegra er core
nun è pe' gnente er canto de l'amore
o l'inno ar sole, o la preghiera a Dio:
ma solamente la soddisfazzione
d'avè fatto una bona diggestione.
Appena se ne va l'ultima stella
e diventa più pallida la luna
c'è un Merlo che mi becca ad una ad una
tutte le rose della finestrella:
si nasconde fra i rami della pianta,
scrolla la rugiada, si rinfresca e canta.

L'altra mattina scesi dal letto
con l'idea di vederlo da vicino,
e il Merlo furbo che intuì la mia intenzione
spalancò le ali e se ne andò sul tetto.
- Scemo! - gli dissi - Non ti acchiappo mica...-
E gli buttai due pezzi di mollica.

- Non è - rispose il Merlo - che non abbia
fiducia in te, perché invece mi fido:
lo so che non mi infili ad uno spiedo,
lo so che non mi chiudi in una gabbia:
ma sei poeta, e la paura mia
è che mi metta in una poesia.

È un pezzo che ci annoî con i trilli!
Per te, gli uccelli, fanno solo questo:
chiucchiù, ciccì, pipì... Ti sembra onesto
di farci far la parte d'imbecilli
senza capire nemmeno una parola
di quello che ci esce dalla gola?

Nove volte su dieci il cinguettio
che ti consola e ti rallegra il cuore
non è affatto il canto dell'amore
o l'inno al sole, o la preghiera a Dio:
ma solamente la soddisfazione
d'aver fatto una buona digestione.

7- Avarizzia (Avarizia)

Ho conosciuto un vecchio
ricco, ma avaro: avaro a un punto tale
che guarda li quatrini ne lo specchio
pe' vede raddoppiato er capitale.

Allora dice: - Quelli li do via
perché ce faccio la beneficenza;
ma questi me li tengo pe' prudenza... -
E li ripone ne la scrivania.
Ho conosciuto un vecchio
ricco, ma avaro: avaro a un punto tale
che guarda i soldi nello specchio
per veder raddoppiato il capitale.

Allora dice: - Quelli li dò via
perché ci faccio la beneficenza;
ma questi me li tengo per prudenza... -
E li ripone nella scrivania.

8- Ira

Lidia, ch'è nevrastenica, è capace
che quanno liticamo per un gnente
se dà li pugni in testa, espressamente
perché lo sa che questo me dispiace.

Io je dico: - Sta' bona, amore mio,
che sennò te fai male, core santo... -
Ma lei però fa peggio, infino a tanto
che quarcheduno je ne do pur'io.
Lidia, che è nevrastenica,
quando litighiamo per un nonnulla
è capace di darsi i pugni in testa, apposta
perché lo sa che questo mi dispiace.

Io le dico: - Stai buona, amore mio,
altrimenti ti fai male, cuore santo... -
Ma lei però fa peggio, fino a quando
non glie ne dò qualcuno pure io.

9- Invidia

Su li stessi scalini de la chiesa
c'è uno sciancato co' la bussoletta
e una vecchia co' la mano stesa.

Ogni minuto lo sciancato dice:
- Moveteve a pietà d'un infelice
che so' tre giorni che nun ha magnato... -
E la vecchia barbotta: - Esaggerato!
Sugli stessi scalini della chiesa
c'è uno storpio con la bussoletta
e una vecchia con la mano stesa.

Ogni minuto lo sciancato dice:
- Muovetevi a pietà d'un infelice
che son tre giorni che non ha mangiato... -
E la vecchia borbotta: - Esagerato!

10- Accidia

In un giardino, un vagabonno dorme
accucciato per terra, arinnicchiato,
che manco se distingueno le forme.

Passa una guardia: - Alò! - dice - Cammina! -
Quello se smucchia e j'arisponne: - Bravo! -
Me sveji propio a tempo! M'insognavo
che stavo a lavorà ne l'officina!
In un giardino, un vagabondo dorme
accucciato per terra, rannicchiato,
che nemmeno se ne distingue la forma.

Passa una guardia: - Andiamo! - dice - Cammina! -
Quello si ricompone e gli risponde: - Bravo! -
Mi svegli proprio a tempo! Sognavo
che stavo lavorando nell'officina!

11- Lussuria

La Venere, coperta da una pianta
che je serve da ombrello quanno piove,
è tutta quanta ignuda: tutta quanta
liscia, pulita, lucida. ...Però,

a un certo punto, nun ve dico dove,
c'è scritto: "Checco Nocchia d'anni ottanta,
Roma, sei Maggio novecentonove...."
Che voleva er sor Checco? Nun lo so...
La Venere, coperta da una pianta
che le serve da ombrello quando piove,
è tutta nuda: tutta quanta
liscia, pulita, lucida. ...Però,

a un certo punto, non vi dico dove,
c'è scritto: "Checco Nocchia d'anni ottanta,
Roma, sei Maggio novecentonove...."
Cosa voleva il signor Checco? Non lo so...

12- L'incontentabbilità (L'incontentabilità)

Iddio pijò la fanga dar pantano,
formò un pupazzo e je soffiò sur viso.
Er pupazzo se mosse a l'improviso
e venne fòra subbito er cristiano
ch'aperse l'occhi e se trovò ner monno
com'uno che se sveja da un gran sonno.

- Quello che vedi è tuo - je disse Iddio -
e lo potrai sfruttà come te pare:
te do tutta la Terra e tutt'er Mare,
meno ch'er Celo, perché quello è mio...
- Peccato! - disse Adamo -È tanto bello...
Perché nun m'arigali puro quello?
Dio prese il fango dal pantano
modellò un pupazzo e gli soffiò sul viso.
Il pupazzo si mosse all'improvviso
e venne fuori subito l'uomo
che aprì gli occhi e si trovò nel mondo
come uno che si svegli da un gran sonno.

- Quello che vedi è tuo - gli disse Dio -
e lo potrai sfruttare come ti pare:
ti do tutta la Terra e tutto il Mare,
meno che il Cielo, perché quello è mio...
- Peccato! - disse Adamo -È tanto bello...
Perché non mi regali anche quello?

13- Er testamento d'un arbero (Il testamento di un albero)

Un Arbero d'un bosco
chiamò l'ucelli e fece testamento:
- Lascio li fiori ar mare,
lascio le foje ar vento,
li frutti ar sole e poi
tutti li semi a voi.
A voi, poveri ucelli,
perché me cantavate le canzone
ne la bella staggione.
E vojo che li stecchi,
quanno saranno secchi,
fàccino er foco pe' li poverelli.
Però v'avviso che sur tronco mio
c'è un ramo che dev'esse ricordato
a la bontà dell'ommini e de Dio.
Perché quer ramo, semprice e modesto,
fu forte e generoso: e lo provò
er giorno che sostenne un omo onesto
quanno ce s'impiccò.
Un Albero di un bosco
chiamò gli uccelli e fece testamento:
- Lascio i fiori al mare,
lascio le foglie al vento,
i frutti al sole e poi
tutti i semi a voi.
A voi, poveri uccelli,
perché mi cantavate le canzoni
nella bella stagione.
E voglio che gli sterpi,
quando saranno secchi,
facciano il fuoco per i poverelli.
Però vi avviso che sul mio tronco
c'è un ramo che dev'essere ricordato
alla bontà degli uomini e di Dio.
Perché quel ramo, semplice e modesto,
fu forte e generoso: e lo provò
il giorno che sostenne un uomo onesto
quando ci si impiccò.

14- La spada e er cortello (La spada e il coltello)

Un vecchio Cortello
diceva a la Spada:
- Ferisco e sbudello
la gente de strada,
e er sangue che caccio
da quele ferite
diventa un fattaccio,
diventa 'na lite...-

Rispose la Spada:
- Io puro sbudello,
ma faccio 'ste cose
sortanto in duello,
e quanno la lama
l'addopra er signore
la lite se chiama
partita d'onore!
Un vecchio coltello
diceva alla Spada:
- Ferisco e sbudello
la gente di strada,
e il sangue che verso
da quelle ferite
diventa un fattaccio,
diventa una lite...-

Rispose la Spada:
- Io pure sbudello,
ma faccio queste cose
soltanto in duello,
e quando la lama
la usa il signore
la lite si chiama
partita d'onore!

15- L'eroe ar caffè (L'eroe al bar)

È stato ar fronte, sì, ma cór pensiero,
però te dà le spiegazzioni esatte
de le battaje che nun ha mai fatte,
come ce fusse stato per davero.

Avressi da vedé come combatte
ne le trincee d'Aragno! Che gueriero!
Tre sere fa , pe' prenne er Montenero,
ha rovesciato er cuccomo del latte!

Cór su' sistema de combattimento
trova ch'è tutto facile: va a Pola,
entra a Trieste e te bombarda Trento.

Spiana li monti, sfonna, spara, ammazza...
- Per me - barbotta - c'è una strada sola...
E intigne li biscotti ne la tazza.
È stato al fronte, sì, ma col pensiero,
però ti dà le spiegazioni esatte
delle battaglie che non ha mai fatte,
come vi fosse stato per davvero.

Dovresti vedere come combatte
nelle trincee d'Aragno! Che guerriero!
Tre sere fa, per prendere il Montenero,
ha rovesciato il bricco del latte!

Col suo sistema di combattimento
trova ch'è tutto facile: va a Pola,
entra a Trieste e ti bombarda Trento.

Spiana i monti, sfonda, spara, ammazza...
- Per me - borbotta - c'è una strada sola...
E intinge i biscotti nella tazza.

16- Lisetta cór signorino (Lisetta col signorino)

Su, me faccia stirà la biancheria,
dia confidenza a chi je pare e piace:
nun me faccia inquietà, me lassi in pace:
la pianti, signorino, vada via...

Che straccio de vassallo, mamma mia!
No, levi quela mano, me dispiace,
se no lo scotto, abbadi so capace...
Dio, che forza che cià! Gesummaria!

Un bacio?.. È matto! No, che chiamo gente:
me lo vò da' pe' forza o per amore!
Eh! je l'ha fatta! Quanto è propotente!

Però... te n'è costata de fatica!
Dimme la verità, co' le signore
'sta resistenza nu' la trovi mica!
Su, mi faccia stirare la biancheria,
dia confidenza a chi le pare e piace:
non mi faccia adirare, mi lasci in pace:
la finisca, signorino, vada via...

Che gran birbante, mamma mia.
No, tolga quella mano, mi dispiace,
altrimenti la brucio, badi che ne sono capace...
Dio, che forza ha! Gesù e Maria!

Un bacio?.. È matto! No, o chiamo gente:
me lo vuole dare per amore o per forza!
Eh! Ce l'ha fatta! Quanto è prepotente!

Però... Te n'è costata di fatica!
Dimmi la verità, con le signore
Questa resistenza non la incontri mica!

17- Er principe rivoluzzionario (Il principe rivoluzionario)

parla er cammeriere (parla il cameriere)

Quanno fa li discorsi, ciacconsento,
è rivoluzzionario e te l'ammetto:
ma quanno che nun parla cambia aspetto,
diventa de tutt'antro sentimento.

È a casa che succede er cambiamento:
povero me, se manco de rispetto!
o se ner daje un fojo nu' lo metto
come vò lui, ner gabbarè d'argento!

T'abbasti questo: quando va in campagna
a fa' le conferenze ner comizzio
la moje sua la chiama: la compagna.

La compagna? Benissimo: ma allora
perché co' le persone de servizzio
la seguita a chiamà: la mia signora?
Quando tiene i discorsi, è vero,
è rivoluzionario, lo ammetto:
ma quando non parla cambia aspetto,
diventa di tutt'altro umore.

È a casa che avviene il cambiamento:
povero me, se manco di rispetto!
o se nel dargli un foglio non lo metto
come vuole lui, nel vassoio d'argento!

Ti basti questo: quando va in campagna
a tenere le conferenze nei comizi
sua moglie la chiama: la compagna.

La compagna? Benissimo: ma allora
perché con le persone di servizio
continua a chiamarla: la mia signora?

18- Le bestie e er crumiro (Le bestie e il crumiro)

Una volta un Cavallo strucchione
c'ogni tanto cascava pe' strada
scioperò pe' costringe er Padrone
a passaje più fieno e più biada:
ma er Padrone s'accorse der tiro
e pensò de pijasse un crumiro.

Chiamò er Mulo, ma er Mulo rispose:
- Me dispiace, ma propio nun posso:
se Dio guardi je faccio 'ste cose
li cavalli me sarteno addosso...-
Er Padrone, pe' mette un riparo,
Fu costretto a ricorre ar Somaro.

- Nun pò sta' che tradisca un compagno -
dice er Ciuccio - so' amico der Mulo -
e pur'io, come lui, se nun magno
tiro carci, m'impunto e rinculo...
Come vòi che nun sia solidale
Si ciavemo l'istesso ideale?

Chiama l'Omo, e sta' certo che quello
fa er crumiro co' vera passione
Per un sòrdo se venne er fratello,
Pe' du' sòrdi va dietro ar padrone,
finché un giorno tradisce e rinnega
er fratello, er padrone e la Lega.
Una volta un vecchio cavallo
che ogni tanto cadeva per strada
scioperò per costringere il Padrone
a concedergli più fieno e più biada:
ma il Padrone s'accorse del tiro
e pensò di prendersi un crumiro.

Chiamò il Mulo, ma il Mulo rispose:
- Mi dispiace, ma proprio non posso:
se faccio queste cose, Dio ci scampi,
i cavalli mi saltano addosso...-
Il Padrone, per metter riparo,
fu costretto a ricorrere al Somaro.

- È impossibile che tradisca un compagno:-
disse l'Asino - sono amico del Mulo,
e anch'io, come lui, se non mangio
tiro calci, m'impunto e rinculo...
Come vuoi che non sia solidale
Se abbiamo lo stesso ideale?

Chiama l'Uomo, certo che quello
fa il crumiro con vera passione:
per un soldo si vende il fratello,
per due soldi va dietro al padrone,
finché un giorno tradisce e rinnega
il fratello, il padrone e la Lega.

19- Carità cristiana

Er Chirichetto d'una sacrestia
sfasciò l'ombrello su la groppa a un gatto
pe' castigallo d'una porcheria.
- Che fai? - je strillò er Prete ner vedello
- Ce vò un coraccio nero come er tuo
pe' menaje in quer modo... Poverello!...
- Che? - fece er Chirichetto - er gatto è suo? -
Er Prete disse: - No... ma è mio l'ombrello!-
Il Chierichetto di una sacrestia
ruppe l'ombrello sulla schiena ad un gatto
per castigarlo di una porcheria.
- Che fai? - gli strillò il Prete nel vederlo
- Ci vuole un cuore malvagio come il tuo
per batterlo in quel modo... Poverello!... -
Cosa? - disse il Chierichetto -- il gatto è suo? -
Il Prete disse - No... ma è mio l'ombrello!

20- La gratitudine

Mentre magnavo un pollo, er Cane e er Gatto
pareva ch'aspettassero la mossa
dell'ossa che cascaveno ner piatto.
E io, da bon padrone,
facevo la porzione,
a ognuno la metà:
un po' per uno, senza
particolarità.

Appena er piatto mio restò pulito
er Gatto se squajò. Dico: - E che fai?
- Eh, - dice - me ne vado, capirai,
ho visto ch'hai finito... -

Er Cane invece me sartava al collo
riconoscente come li cristiani
e me leccava come un francobbollo.
- Oh! Bravo! - dissi - Armeno tu rimani! -
Lui me rispose: - Si, perché domani
magnerai certamente un antro pollo!
Mentre mangiavo un pollo, il Cane e il Gatto
sembrava che aspettassero il movimento
delle ossa che cadevano nel piatto.
E io, da buon padrone,
facevo la porzione,
a ognuno la metà:
un po' per uno, senza
parzialità.

Appena il mio piatto retò pulito,
il gatto si defilò. Dico: - E cosa fai? -
- Eh, - dice - me ne vado, capirai,
ho visto che hai finito... -

Il Cane invece mi saltava al collo
riconoscente come gli uomini
e mi leccava come un francobollo.
- Oh! Bene! - dissi - Almeno tu rimani! -
Lui mi rispose: - Si, perché domani
mangerai certamente un altro pollo!

21- El leone riconoscente (Il leone riconoscente)

Ner deserto dell'Africa, un Leone
che j'era entrato un ago drento ar piede,
chiamò un Tenente pe' l'operazzione.
- Bravo! - je disse doppo - Io t'aringrazzio:
vedrai che te sarò riconoscente
d'avemme libberato da 'sto strazzio;
qual'è er pensiere tuo? d'esse promosso?
Embè, s'io posso te darò 'na mano...-
E in quela notte istessa
mantenne la promessa
più mejo d'un cristiano;
ritornò dar Tenente e disse: - Amico,
la promozzione è certa, e te lo dico
perché me so' magnato er Capitano.
Nel deserto africano, un Leone
al quale era entrata una spina in un piede,
chiamò un Tenente per l'operazione.
- Bravo! - gli disse dopo - Io ti ringrazio:
vedrai che ti sarò riconoscente
per avermi liberato da questo strazio;
qual'è il tuo cruccio? di essere promosso?
Ebbene, se posso ti darò una mano...-
E quella notte stessa
mantenne la promessa
meglio di un uomo;
tornò dal Tenente e disse: - Amico,
la promozione è certa, e te lo dico
perché mi son mangiato il Capitano.

22- La sincerità ne li comizzi (La sincerità nei comizi)

Er deputato, a dilla fra de noi,
ar comizzio ciagnede contro voja,
tanto ch'a me me disse: - Oh Dio che noja!-,
Me lo disse: è verissimo, ma poi

sai come principiò? Dice: -È con gioja
che vengo, o cittadini in mezzo a voi,
per onorà li martiri e l'eroi,
vittime der pontefice e der boja!-

E, lì, rimise fòra l'ideali,
li schiavi, li tiranni, le catene,
li re, li preti, l'anticlericali...

Eppoi parlò de li principî sui:
e allora pianse: pianse così bene
che quasi ce rideva puro lui!
Il deputato, per dirla fra di noi,
al comizio andò contro voglia,
tanto che mi disse: - Oh Dio che noia!-,
Me lo disse: è verissimo, ma poi

sai come cominciò? Disse: -È con gioia
che vengo, o cittadini in mezzo a voi,
per onorare i martiri e gli eroi,
vittime del pontefice e del boia!

E, lì, ritirò fuori gli ideali,
gli schiavi, i tiranni, le catene,
i re, i preti, gli anticlericali...

E poi parlò dei principî suoi:
e allora pianse: pianse così bene
che quasi ci rideva pure lui!

23- La politica

Ner modo de pensà c'è un gran divario:
mi' padre è democratico cristiano,
e, siccome è impiegato ar Vaticano,
tutte le sere recita er rosario;

de tre fratelli, Giggi ch'er più anziano
è socialista rivoluzzionario;
io invece so' monarchico, ar contrario
de Ludovico ch'è repubbricano.

Prima de cena liticamo spesso
pe' via de 'sti principî benedetti:
chi vò qua, chi vò là... Pare un congresso!

Famo l'ira de Dio ! Ma appena mamma
ce dice che so' cotti li spaghetti
semo tutti d'accordo ner programma.
C'è una gran varietà di opinioni:
mio padre è democratico cristiano,
e poiché è impiegato al Vaticano,
tutte le sere recita il rosario;

di tre fratelli, Luigi il più anziano
è socialista rivoluzionario;
io invece sono monarchico, al contrario
di Ludovico, che è repubblicano.

Prima di cena litighiamo spesso
per via di questi benedetti principî:
chi vuole qua, chi vuole là... Sembra un congresso!

Facciamo il finimondo ! Ma appena mamma
ci dice che sono cotti gli spaghetti
siamo tutti d'accordo nel programma.

24- La libbertà (La libertà)

La Libbertà, sicura e persuasa
d’esse’ stata capita veramente,
una matina se n’uscì da casa:
ma se trovò con un fottìo de gente
maligna, dispettosa e ficcanasa
che j’impedì d’annà’ libberamente.

E tutti je chiedeveno: - Che fai? -
E tutti je chiedeveno: - Chi sei?
Esci sola? a quest’ora? e come mai?...
- Io so’ la Libbertà! - rispose lei -
Per esse’ vostra ciò sudato assai,
e mò che je l’ho fatta spererei...

- Dunque potemo fa’ quer che ce pare... -
fece allora un ometto: e ner di’ questo
volle attastalla in un particolare...
Però la Libbertà che vidde er gesto
scappò strillanno: - Ancora nun è affare,
se vede che so’ uscita troppo presto!
La libertà, sicura e persuasa
d'essere stata capita veramente,
una mattina se ne uscì di casa:
ma si trovò con un sacco di gente
maligna, dispettosa e ficcanaso
che le impedì di andare liberamente.

E tutti le chiedevano: - Cosa fai? -
E tutti le chiedevano: - Chi sei?
Esci sola? a quest’ora? e come mai?...
- Io sono la Libertà! - rispose lei -
Per essere vostra ho sudato tanto,
e adesso che ce l’ho fatta spererei...

- Dunque possiamo fare quel che ci pare... -
fece allora un ometto: e nel dir questo
volle toccarla in un particolare...
Però la Libertà che vide il gesto
scappò strillando: - Ancora non è momento,
si vede che sono uscita troppo presto!

25- L'uguaglianza

Fissato ne l’idea de l’uguajanza
un Gallo scrisse all’Aquila: - Compagna,
siccome te ne stai su la montagna
bisogna che abbolimo ‘sta distanza:
perchè nun è nè giusto nè civile
ch’io stia fra la monnezza d’un cortile,
ma sarebbe più commodo e più bello
de vive’ ner medesimo livello. -

L’Aquila je rispose: - Caro mio,
accetto volentieri la proposta:
volemo fa’ amicizzia? So’ disposta:
ma nun pretenne’ che m’abbassi io.
Se te senti la forza necessaria
spalanca l’ale e viettene per aria:
se nun t’abbasta l’anima de fallo
io seguito a fa’ l’Aquila e tu er Gallo.

- Che superbia che cià! Chi sarà mai!
- disse er Gallo seccato de la cosa -
Lei nun se vô abbassà’! Brutt’ambizziosa!
L’ommini, in questo qui, so’ mejo assai.
Conosco, infatti, un nobbile romano
che a casa se dà l’aria d’un sovrano:
ma se je serve la democrazzia
lassa er palazzo e corre all’osteria.
Fissato con l’idea dell’uguaglianza
un Gallo scrisse all’Aquila: - Compagna,
siccome te ne stai sulla montagna
bisogna che abolimo questa distanza:
perchè non è è giusto nè civile
ch’io stia fra la schifezza d’un cortile,
ma sarebbe più comodo e più bello
vivere allo stesso livello. -

L’Aquila gli rispose: - Caro mio,
accetto volentieri la proposta:
vogliamo fare amicizia? Son disposta:
ma non pretendere che m’abbassi io.
Se ti senti la forza necessaria
spalanca le ali e vieni per aria:
se non hai il coraggio di farlo
io continuo a fare l’Aquila e tu il Gallo.

- Che superbia che hai! Chi sarà mai!
- disse il Gallo seccato della cosa -
Lei non si vuole abbassare! Brutt’ambiziosa!
Gli uomini, in questo, sono molto meglio.
Conosco, infatti, un nobile romano
che a casa si dà l’aria d’un sovrano:
ma se gli serve la democrazia
lascia il palazzo e corre all’osteria.

26- La fratellanza

Un certo amico mio conserva un callo
riposto in un astuccio de velluto
sotto una scatoletta de cristallo.
- E che robb’è? - je chiesi una matina. -
Dice: - È un ricordo! - Dico: - Ma te pare
che sia un affare da tenè’ in vetrina?
Se fusse robba mia
la frullerebbe via!... -

Lui me rispose subbito: - Ar contrario!
‘Sto callo rappresenta l’ideale
d’un programma sociale-umanitario
d’un omo che insegnò per cinquant’anni
la vera fratellanza universale!

Era un brav’omo, credi. Un vero specchio:
bono, sincero, onesto... Se chiamava
Pasquale Chissenè. Povero vecchio!
Passava l’ore e l’ore
davanti ar tavolino der caffè
pe’ fa’ la propaganda de l’amore...
Povero Chissenè!
Qual’era er sogno suo? Quello de vede’
l’ommini abbraccicati fra de loro
uniti ne la pace e ner lavoro,
immassimati ne la stessa fede...
Ma pe’ convince’ er popolo sovrano
de quello che diceva, ogni tantino
dava un cazzotto in mezzo ar tavolino...
finchè je venne er callo ne la mano.
Ecco perchè lo tengo! Ecco perchè
quanno sento parlà’ de fratellanza
ripenso ar callo e sento in lontananza
una voce che dice: Chissenè...
Un amico mio conserva un callo
riposto in un astuccio di velluto
sotto una scatoletta di cristallo.
- E che roba è? - gli chiesi una mattina. -
Dice: - È un ricordo! - Dico: - Ma ti pare
che sia un coso da tenere in vetrina?
Se fosse roba mia
sparirebbe via!... -

Lui mi rispose subito: - Al contrario!
Questo callo rappresenta l’ideale
d’un programma sociale-umanitario
d’un uomo che insegnò per cinquant’anni
la vera fratellanza universale!

Era un brav’uomo, credimi. Un vero specchio:
buono, sincero, onesto... Se chiamava
Pasquale Chissenè. Povero vecchio!
Passava l’ore e l’ore
davanti al tavolino del caffè
per fare la propaganda dell’amore...
Povero Chissenè!
Qual’era il suo sogno? Quello di vedere
gli uomini abbraccicati fra di loro
uniti nella pace e nel lavoro,
immedesimati nella stessa fede...
Ma per convincere il popolo sovrano
di quello che diceva, ogni tanto
dava un cazzotto in mezzo al tavolino...
finchè gli venne il callo nella mano.
Ecco perchè lo tengo! Ecco perchè
quando sento parlare della fratellanza
ripenso al callo e sento in lontananza
una voce che dice: Chissenè...

27- La verità

La Verità che stava in fonno ar pozzo
Una vorta strillò: - Correte, gente,
Chè l’acqua m’è arivata ar gargarozzo! -
La folla corse subbito
Co’ le corde e le scale: ma un Pretozzo
Trovò ch’era un affare sconveniente.
- Prima de falla uscì - dice - bisogna
Che je mettemo quarche cosa addosso
Perchè senza camicia è ‘na vergogna!
Coprimola un po’ tutti: io, come prete,
Je posso dà’ er treppizzi, ar resto poi
Ce penserete voi...

- M’assoccio volentieri a la proposta
- Disse un Ministro ch’approvò l’idea. -
Pe’ conto mio je cedo la livrea
Che Dio lo sa l’inchini che me costa;
Ma ormai solo la giacca
È l’abbito ch’attacca. -

Bastò la mossa; ognuno,
Chi più chi meno, je buttò una cosa
Pe’ vedè’ de coprilla un po’ per uno;
E er pozzo in un baleno se riempì:
Da la camicia bianca d’una sposa
A la corvatta rossa d’un tribbuno,
Da un fracche aristocratico a un cheppì.

Passata ‘na mezz’ora,
La Verità, che s’era già vestita,
S’arrampicò a la corda e sortì fôra:
Sortì fôra e cantò: - Fior de cicuta,
Ner modo che m’avete combinata
Purtroppo nun sarò riconosciuta!
La Verità che stava in fondo al pozzo
Una vorla strillò: - Correte, gente,
Chè l’acqua m’è arrivata al collo! -
La folla corse subito
Con le corde e le scale: ma un Prete
Trovò che non era conveniente.
- Prima di farla uscire - dice - bisogna
Che le mettemo qualche cosa addosso
Perchè senza camicia è ‘una vergogna!
Coprimola un pò tutti: io, come prete,
le posso dare il "tre-pizzi", al resto poi
Ci penserete voi...

- M’assoccio volentieri alla proposta
- Disse un Ministro ch’approvò l’idea. -
Per conto mio le cedo la livrea
Che Dio lo sa quanto mi costa;
Ma ormai solo la giacca
È l’abito che attacca. -

Bastò la mossa; ognuno,
Chi più chi meno, le buttò una cosa
Per vedere di coprirla un pò per uno;
E il pozzo in un baleno si riempì:
Dalla camicia bianca d’una sposa
Alla cravatta rossa di un politico,
Da un frac aristocratico a un chepì.

Passata mezzora,
La Verità, che s’era già vestita,
S’arrampicò sulla corda e uscì:
Uscì e gridò: - Fiori di cicuta,
Nel modo in cui mi avete camuffata
Purtroppo non sarò riconosciuta!

28- La statistica

Sai che d'è la statistica? È na' cosa
che serve pe fà un conto in generale
de la gente che nasce, che sta male,
che more, che va in carcere e che spósa.

Ma pè me la statistica curiosa
è dove c'entra la percentuale,
pè via che, lì, la media è sempre eguale
puro co' la persona bisognosa.

Me spiego: da li conti che se fanno
seconno le statistiche d'adesso
risurta che te tocca un pollo all'anno:

e, se nun entra nelle spese tue,
t'entra ne la statistica lo stesso
perch'è c'è un antro che ne magna due.
Sai cos'è la statistica? È una cosa
che serve per fare un conto generale
della gente che nasce, che sta male,
che muore, che va in carcere e che si sposa.

Ma per me la statistica curiosa
è dove c'entra la percentuale,
per via che, lì, la media è sempre uguale
anche con le persone bisognose.

Mi spiego: dai conti che si fanno
secondo le statistiche d'adesso
risulta che ti tocca un pollo all'anno:

e, se non entra nelle spese tue,
t'entra nella statistica lo stesso
perchè c'è un altro che ne mangia due.

29- Bonsenso pratico

Quanno, de notte, sparsero la voce
che un Fantasma girava sur castello,
tutta la folla corse e, ner vedello,
cascò in ginocchio co' le braccia in croce.
Ma un vecchio restò in piedi, e francamente
voleva dije che nun c'era gnente.

Poi ripensò: "Sarebbe una pazzia.
Io, senza dubbio, vede ch'è un lenzolo:
ma, più che di' la verità da solo,
preferisco sbajamme in compagnia.
Dunque è un Fantasma, senza discussione".
E pure lui se mise a pecorone.

30- La strada mia

La strada è lunga, ma er deppiù l'ho fatto:
so dov'arrivo e nun me pijo pena.
Ciò er core in pace e l'anima serena
der savio che s'ammaschera da matto.

Se me frulla un pensiero che me scoccia
me fermo a beve e chiedo aiuto ar vino:
poi me la canto e seguito er cammino
cor destino in saccoccia.

31- Libbro muto

Ner mobiletto antico, che comprai
Tant’anni fa da un antiquario in Ghetto,
c’era, sott’a la tavola, un cassetto
Che tira tira nun se apriva mai:
finchè scoprii er segreto e fu una sera
che nun volenno spinsi una cerniera.

Subbito, da la parte de l’intacco,
la tavoletta fece un mezzo giro
e er cassetto s’aprì con un sospiro
ch’odorava de pepe e de tabacco.
Guardai ner fonno e viddi in un incastro
Un libbro intorcinato con un nastro.

Un libbro rosso rilegato in pelle
Dove spiccava, tra li freggi d’oro,
un’arma gentilizia con un toro
e un mago che giocava co’ tre stelle:
e, sott’all’arma, er titolo in cornice:
“La Regola per vivere felice”.

- Dati li tempi, - dissi – è una fortuna! -
Ma in tutt’er libbro nun trovai nemmanco
una parola scritta. Tutto bianco.
Riguardai le facciate, una per una:
zero via zero. E chi sarà er sapiente
che fece un libbro senza scrive gnente ?

L’avrà lasciato in bianco co’ l’idea
De minchionà la gente che lo sfoja,
o avrà capito che la vera gioja
finisce ner momento che se crea?
Era un matto o un filosofo? Chissà
come sognava la felicità?

32- Bolla de sapone

Lo sai ched'è la Bolla de Sapone?
l'astuccio trasparente d'un sospiro.
Uscita da la canna vola in giro,
sballottolata senza direzzione,
pe' fasse cunnalà come se sia
dall'aria stessa che la porta via.

Una farfalla bianca, un certo giorno,
ner vede quela palla cristallina
che rispecchiava come una vetrina
tutta la robba che ciaveva intorno,
j'agnede incontro e la chiamò: - Sorella,
fammete rimirà! Quanto sei bella!

Er celo, er mare, l'arberi, li fiori
pare che t'accompagnino ner volo:
e mentre rubbi, in un momento solo,
tutte le luci e tutti li colori,
te godi er monno e te ne vai tranquilla
ner sole che sbrilluccica e sfavilla.-

La bolla de Sapone je rispose:
- So' bella, sì, ma duro troppo poco.
La vita mia, che nasce per un gioco
come la maggior parte de le cose,
sta chiusa in una goccia... Tutto quanto
finisce in una lagrima de pianto.



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