Il pluralismo

di Paolo Orlandini

Il pluralismo è uno dei principi fondamentali di uno Stato democratico. La nostra costituzione prevede pluralismo organizzativo (art.18) e pluralismo ideologico (art.21).

Innanzitutto credo che sia importante analizzare il contenuto degli articoli della Costituzione riguardanti il pluralismo. Nell’art.21 è sancito il diritto alla libertà di manifestazione del proprio pensiero.
La Costituzione garantisce al cittadino la libertà di manifestare le proprie opinioni attraverso ogni mezzo disponibile e pone, allo stesso tempo, due limiti a tale diritto: il primo riguarda il rispetto della libertà altrui (in nome della libertà di opinione non sono ammesse espressioni diffamatorie o calunniose), il secondo limite riguarda il buon costume e cioè quelle manifestazioni che possono turbare la sensibilità e la morale sessuale.
L’art.18 della Costituzione sancisce, invece, la piena libertà di associazione, qualunque siano gli scopi, vietando allo stesso tempo le associazioni per delinquere, le associazioni segrete e le associazioni che perseguono scopi politici mediante organizzazioni a carattere militare.
Il pluralismo è quindi la difesa delle pluralità delle ideologie e delle associazioni in genere presenti in uno Stato. Il pluralismo discende storicamente dalla Riforma religiosa attuata nel XVI sec. .

Le prime teorizzazioni della tolleranza religiosa, dovute a esponenti di correnti riformatrici quali Castellione e Aconcio, furono raccolte tra la fine del XVI sec. e l’inizio del XVII sec., da pensatori come Bordin e Grozio, i quali fondarono la teoria della tolleranza con riferimento all’idea della religione naturale. Successivamente, l’eredità di tali posizioni confluì nell’Illuminismo (XVIII sec.). Quest’ultimo rappresenta, sotto questo profilo, non solo il momento più maturo per quanto riguarda la teoria, basti citare i nomi di Boyle, Voltaire, Lessing e Locke (fine ‘600), ma anche il periodo in cui la pratica della tolleranza venne generalizzandosi, sostenuta dal richiamo a quelle carte costituzionali della tolleranza. Quest’ultime furono la Dichiarazione dei diritti americana (1776) e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (Francia 1789). Tali carte costituzionali saranno, in seguito, prese come esempio dagli uomini di quegli Stati in cui si affermerà la democrazia.
Gli articoli 4 e 11 della Dichiarazione dei diritti francese recitano nel seguente modo:

«La libertà consiste nel poter fare tutto quel che non nuoccia agli altri»
«La libera manifestazione e comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo. Perciò ogni cittadino può parlare, scrivere o stampare liberamente, salvo rispondere all’abuso di tale libertà…»

Queste carte costituzionali furono subito violate, si pensi al terrore giacobino, e passò vario tempo prima che queste fossero rispettate. Furono ugualmente importanti in quanto anticiparono i principali diritti riconosciuti ora negli Stati moderni costituzionali, compreso quello italiano.
Preparata, quindi dai rivolgimenti storico-politici e dal rinnovamento ideologico dell’Illuminismo, la diffusione dei principi di tolleranza divenne un fenomeno globale nel corso del XIX sec., quando fu appoggiata dal pensiero liberale. Oggi, nell’ambito dei rapporti fra le Chiese, la tolleranza rappresenta un principio sostanzialmente indiscusso. In base al principio pluralista, in Italia sono tutelate, oltre alla libertà religiosa, le minoranze linguistiche, la libera iniziativa economica e il pluralismo delle istituzioni. Sulla carta, quindi, tali diritti sono tutelati, ma molto spesso ci troviamo di fronte a episodi di intolleranza, quindi anti-pluralistici, anche nei piccoli scenari quotidiani. Tutti i giorni, per mezzo dei mass-media, possiamo notare come la disuguaglianza rappresentativa e sociale delle minoranze sia ancora lontana dagli ormai antichi principi di tolleranza.
Hobbes (filosofo inglese attivo tra il XVI e il XVII sec.) diceva:

«Quelli che approvano un’opinione privata la chiamano opinione, ma quelli che la disapprovano la chiamano eresia; eppure eresia non significa altro che opinione privata.».

In una società civile il segno maggiore di civiltà è il rispetto che ognuno ha per gli altri. Per essere rispettosi nei confronti degli altri occorre convincersi che chiunque si trovi di fronte a noi è una persona, un individuo, e che qualsiasi critica o obiezione sostenuta nei suoi confronti deve essere legata a estrema razionalità e logicità e non a pregiudizi etnici, religiosi, linguistici, territoriali, politici, sessuali…
Anche in assenza di pregiudizi, non possiamo mai essere certi che l’opinione che tentiamo di soffocare sia falsa e, quantunque ne fossimo certi, soffocarla sarebbe comunque un male. La storia, infatti, ci ha insegnato che il progresso delle nostre attività, della tecnica, della società e della scienza si è fondato principalmente sulla differenza di opinioni. Quest’ultime non possono sopravvivere se ognuno non ha occasione di combattere per esse. Il pluralismo è, in un certo senso, il campo di battaglia delle opinioni.

Cavour diceva:

«Nell’ordine economico, come nell’ordine politico, come nell’ordine religioso, le idee non si combattono efficacemente se non con le idee, i principi con i principi.».

Nel contesto del pluralismo, la libertà al singolare esiste solo nella libertà al plurale. L’opinione e la conversazione sono quindi i leganti della società. Quest’ultima non esisterebbe se al suo interno ogni singolo cittadino non avesse la possibilità di avviare una concorrenza fra opinioni, organizzazioni e istituzioni.

Paolo Orlandini - 06-07-2005


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