Sincronicità: un paradigma per la mente

Riflessioni sull'intelligenza artificiale



Autore dei testi: Oscar Bettelli.

Elaborazione web by Visibilmente.


Il seguente libro tratta della sincronicità e in particolare dei processi di pensiero che la sottintendono.
Ognuno nella propria esperienza soggettiva ha potuto constatare strane coincidenze che risaltano per l'elevato contenuto simbolico e di significato che hanno presentato relativamente all'esperienza stessa del soggetto.
Quando si parla di sincronicità viene spontaneo far riferimento ad eventi legati da un filo misterioso che non può essere spiegato in termini di causa e effetto.
Il concetto di sincronicità, difficilmente accettabile in una concezione scientifica occidentale, é particolarmente caro alle concezioni filosofiche orientali e nella filosofia antica.
Alcune pratiche esoteriche considerano il principio di sincronicità come ovvio e sottinteso, per esempio l'astrologia.
Nel testo che segue, invece, il concetto di sincronicità viene interpretato come una modalità di funzionamento dei processi conoscitivi della mente: la tesi consiste nell'osservare come tutti i processi conoscitivi si basino sulla coincidenza di segni che poi divengono significativi tramite un processo di selezione che ne sottolinea la pertinenza.
Sostanzialmente il cervello funziona come un potente selezionatore di coincidenze e quindi le sincronicità acquistano una particolare rilevanza per le funzioni conoscitive.
Il passaggio successivo consiste nell'ipotesi che il principio di sincronicità abbia una propria consistenza nel mondo reale.
Nel libro vengono presentati i principali meccanismi di pensiero che sono stati individuati tramite gli studi di intelligenza artificiale.
Tali modelli di strutturazione dei processi cognitivi vengono costantemente messi in rapporto con il principio di sincronicità.

Oscar Bettelli

01) Introduzione

Da quali presupposti è possibile partire per crearsi una rappresentazione del mondo?
Il mondo è accessibile solo tramite una rappresentazione soggettiva oppure esiste una "REALTÀ" di cui la filosofia può darci ontologicamente conferma?
Ecco alcuni temi su cui sono stati scritti fiumi di inchiostro; domande a cui, ancora, non sappiamo dare risposte definitive.
Il mio punto di partenza, curiosamente, trae spunti dalla scienza dei calcolatori: affermato con Wittgenstein che le proposizioni della filosofia sono condannate a essere prive di valore informativo sul mondo, anche se suscettibili di essere una chiarificazione di quelle proposizioni che sono informative intorno al mondo, beninteso non già riferendosi a dati di fatto, ma correggendo i nostri errori d'uso nel riferire dati di fatto; accettato, non senza alcune riserve critiche, il materialismo dialettico che ci fornisce per lo meno una "Realtà" indipendente dall'osservatore (alcuni eminenti fisici hanno suggerito la possibilità, almeno in linea di principio, che l'osservatore influenzi irriducibilmente la realtà con il solo atto conoscitivo) traiamo dunque le nostre considerazioni da un campo estremamente pragmaticocome quello della scienza dei calcolatori.
Nel seguito oseremo invadere il campo della filosofia anche se non dichiaratamente; non intendo rispolverare i classici testi e trattati, anche se inevitabilmente incontreremo nel corso logico dell'esposizione espliciti od impliciti riferimenti alle "scuole" di pensiero dominanti.
Il mio intento dichiarato consiste nel tentativo di scuotere il lettore rispetto ad assunti all'apparenza "ovvi" che di fatto non lo sono.
Nel seguito verranno suggerite idee evidentemente "riduttive"; appellandomi alla pazienza del lettore, vorrei ricordare la complessità ed importanza dei temi trattati, tale da giustificare la palese incompletezza degli schemi concettuali utilizzati per affrontarli.

Che cos'è un oggetto.

La filosofia della seconda metà del XIX secolo nella maggiorparte dei suoi esponenti è caratterizzata, nella varietà delle forme, da un denominatore, che sembra comune sia alla corrente empirista che all'idealistica: la riduzione dell'oggettività ad "apparire" e del fatto a rappresentazione.
Questa assunzione diviene evidente necessità rispetto al compito di costruire automi o macchine pensanti.
L'ingegnere che progetta un sistema a calcolatore "deve" compiere un lavoro di suddivisione inevitabile: il mondo, la macchina e ciò che la macchina sa del mondo.
Da questo punto di vista una macchina pensante si presenta naturalmente nel contesto del materialismo dialettico.
È anche vero che nessuno (finora) ha ancora costruito una macchina veramente "pensante"; ma questo è un altro discorso.

Che cosa una macchina può sapere del mondo?

Se per macchina intendiamo un calcolatore digitale si rende necessario specificare una qualche (complessa quanto si vuole) rappresentazione del mondo rispetto alla quale il computer elabora risposte "intelligenti".
Il lettore attento avrà notato come abbiamo liquidato senza "critica" la dipendenza della cosa dal soggetto: questo poneva ilproblema di dar ragione dell'iter progressivo della conoscenza di un oggetto o di un campo di fenomeni e di come lo "spirito" potesse trascendere il carattere frammentario e meccanico o contraddittorio del suo rappresentare e rappresentarsi.
Il giudizio, non più inteso come sforzo di adeguamento ad un'oggettività già data ed esterna, cioè essenzialmente come asserzioni vere e false, ma ridotto a concezione psicologica ripetitiva del fenomenico che diviene mera espressione di credenza o di attesa e previsione.
La riduzione del giudizio a espressione di credenza e previsione ben si accorda con le indagini genetiche sull'ideologia e i comportamenti delle nuove scienze dell'uomo, ma si presenta indifferente al corpo costituito delle scienze fisiche, della matematica e della logica.
La scienza pretende di essere una rappresentazione oggettiva di un certo ambito di realtà.
Se la sua radice è sperimentale-percettiva come e perché il suo universo si presenta diverso dal mondo dell'esperienza quotidiana? Come e perché la rappresentazione qualitativa e soggettivo privata della cosa si trasforma in un'indicazione in cui la cosa è designata sotto indici astratti e colta in relazioni quantitative, che variano secondo i tipi generali dell'aspetto del fenomenico che la scienza speciale mette in luce?
Come "l'esperienza" qualitativa e imprecisa della quotidianità si scinde e ricompone nell'esperimento quantitativo?
E infine, gli enunciati della logica formale e della matematica, così necessariamente e aprioricamente validi e nel contempo così radicati nel discorso di ogni scienza fino a costituirne il tessuto della legalità deduttiva, come potevano trovare giustificazione e riconoscimento del loro senso essendo come ogni proposizione reale, mere generalizzazioni dell'esperienza?
Per l'empirismo il problema radicale consiste nel passare dalla rappresentazione al concetto.
L'empiria ci offre, sì, percezioni di cambiamenti successivi o di oggetti giustapposti, ma non già una connessione necessaria.
Dovendo la percezione restare il fondamento di ciò che vale come verità, l'universalità e la necessità sembrano qualche cosa di ingiustificato, un'accidentalità soggettiva, una semplice abitudine, il cui contenuto può essere costituito così o altrimenti.
La connessione necessaria può essere fornita solo dalla struttura interna presente nella macchina pensante e corrisponde ai limiti intrinseci alla macchina stessa.
Una macchina che non percepisce il verde non vedrà "mai" il verde.
Ora può una macchina pensante avere una percezione interna; non una percezione di sé stessa come oggetto, ma una percezione della propria percezione? (Cogito ergo sum)
Dal punto di vista umano per l'introspezione esiste un'impossibilità di una effettiva osservazione dei propri atti psichici, che non possono essere colti nel loro svolgersi originario, in quanto il nostro tematizzarli, concentrando la nostra attenzione su di essi, li modifica irrimediabilmente, fino a distruggerne il carattere di attività.
(un concetto analogo è espresso dal principio di indeterminazione nell'ambito della fisica delle particelle) Brentano, d'altra parte affermava risolutamente l'evidenza della percezione interna, come tipico strumento che ci permette di cogliere il fenomeno psichico nella sua struttura.
In ogni nostro atto mentale, sia esso una rappresentazione, un giudizio o un moto di desiderio o ripulsa, siamo costretti a riconoscere una forma unica essenziale: il simultaneo essere consci e del contenuto e del nostro atto di coscienza che ha presa su di esso.
Per esempio, non possiamo udire un suono senza essere consci non solo del suono stesso, ma anche dell'essere consci di udirlo.
La coscienza di sé è raggiunta, nell'esperienza umana, direttamente e nel medesimo atto in cui si è consci di un qualsiasi contenuto.
Nel chiarire la relazione fra questi due poli necessariamente compresenti nell'atto di coscienza Brentano introduce il termine di "intenzionalità":
"L'in-esistenza intenzionale è peculiare solamente ai fenomeni psichici.
Nessun fenomeno fisico sembra mostrare qualcosa di simile.
È così noi possiamo definire i fenomeni psichici dicendo che essi sono quei fenomeni che contengono oggetti in se stessi mediante intenzionalità".
Seguendo alla lettera l'argomentazione di Brentano, un ingegnere che si prefiggesse di costruire una macchina pensante dovrebbe essere in grado, per poterla costruire, di creare un processo psichico; o in altri termini un fenomeno di coscienza.
Presi da scoramento rispetto ad una tale impresa lasciamo la psicologia "genetica", che si pone come obiettivo lo studio degli atti psichici, e ripieghiamo sulla psicologia "descrittiva", come indagine "intuitiva" sui processi psichici: come descrizione delle proprietà strutturali degli stessi.

I problemi che Brentano dischiude possono essere indicati come:

1) Status degli oggetti di coscienza, in relazione con l'oggettività della cosa e con l'oggettività ideale;
2) Rapporto tra il soggetto e la sfera dei significati; logica e genesi di senso delle categorie; noeticità dell'attività della coscienza.

Il fenomeno psichico si presenta legato a tre elementi: l'atto mentale, il contenuto e l'oggetto.
Il contenuto di un atto mentale di presentazione è parte necessariamente integrante della presentazione, mentre l'oggetto è assolutamente esterno ad essa: al punto da non avere affatto bisogno di esistere.
Noi possiamo soltanto pensare a una montagna d'oro, avendo un'idea con un certo contenuto; il contenuto esiste nell'idea, mentre l'oggetto non ha nessuna esistenza nell'idea o in nessun altro luogo.
Possiamo pensare anche ad un quadrato rotondo, in tal caso non esiste nessun oggetto, diviene un mero gioco linguistico.

Emergono due tesi salienti:

1) Fra contenuto e oggetto vi è una irriducibile differenza di "status ontico". Però i due elementi sono incatenati fra di loro, nel senso che non si può dare contenuto senza oggetto e l'oggetto non può presentarsi alla coscienza che attraverso il contenuto. Ma considerata l'assoluta indipendenza che intercorre fra di essi, il loro rapportarsi non potrà tanto definirsi una relazione, quanto piuttosto una necessaria correlazione.
2) Ogni atto mentale si riferisce a un oggetto assolutamente esterno che non cessa di essere oggetto (cioè di possedere gli essenziali caratteri dell'estraneità al mentale e del presentarsi opposto-innanzi al pensiero) se non esiste di fatto o perché contraddittorio.

Il contenuto è per definizione mentale, mentre l'oggetto può possedere proprietà che nessun mentale esistente ha la possibilità di possedere:
Una montagna d'oro è un oggetto esteso, è fatta d'oro, è più grande o più piccola di altre montagne.
Evidentemente la montagna d'oro, malgrado la sua inesistenza, possiede tutte le determinazioni di un oggetto fisico.
Un primo errore consiste nel porre immediatamente il contenuto nella struttura significativa del giudizio.
Un secondo errore consiste nel far regredire il contenuto a mera copia dell'oggetto.
Per evitare di cadere da un estremo all'altro possiamo aggrapparci ad una teoria che riesca a mantenersi in equilibrio sullo spartiacque di questi opposti errori, ma a prezzo di indicare una semplice classificazione di elementi, che resta inerte e muta e che sembra quasi indifferente a confrontarsi con il senso comune e con i concetti e le costruzioni della scienza.

Cercare una rappresentazione fedele del rapporto della coscienza all'oggetto porta ad inevitabili difficoltà.

Occorre allora partire dalla percezione più concreta e vicina alle esperienze sensibili.
Percezione intesa nel suo senso più pieno di avvertimento della coscienza dell'esistenza di un oggetto.
La percezione ha così tra tutti gli atti la funzione di una esperienza primitiva da cui gli altri atti dell'esperienza traggono la loro forza fondatrice. Ed è appunto sul concreto terreno della percezione sensibile che la trascendenza dell'oggetto si rivela in tutta la sua immediata evidenza.
È evidente che la visione e la cosa vista, la percezione e la cosa percepita si riferiscono l'una all'altra, ma per necessità di principio non fanno tutt'uno, né realmente né per essenza.
Prendiamo ad esempio una tavola e la sua percezione; girandole attorno io ho costantemente la coscienza dell'esistere di questa sola ed medesima tavola, che rimane in sé stessa assolutamente immutata.
Mentre la percezione della tavola è costantemente mutevole: è una continuità di percezioni mutevoli.
La percezione è quello che è, nel costante fluire della coscienza; anzi è essa stessa un flusso costante: il presente percettivo si muta continuamente nell'annessa coscienza di un passato prossimo, mentre spunta un nuovo presente.
La percezione non è un momento muto e cieco della vita psichica, ma è percezione di un particolare oggetto: è emergere di un percepito gravido di senso.

Ora cosa può percepire un computer?

Una risposta ovvia ma riduttrice è la seguente:
l'attivazione di canali afferenti, o più precisamente l'attivazione di celle di memoria connesse rigidamente a canali di comunicazione.
Prendiamo ad esempio la percezione di un'immagine.
L'immagine deve essere registrata su un supporto leggibile dall'elaboratore deve essere interpretabile in termini spaziali e potrebbe far riferimento a "oggetti" in essa contenuti.
Tali oggetti dovrebbero essere identificati in relazione ad altre celle di memoria che ne consentirebbero una classificazione.
Una difficoltà che ci appare evidente consiste nella differenza insormontabile tra la percezione da una parte e la rappresentazione simbolico-significativa dall'altra.
Un errore da cui è necessario sgomberare il campo consiste nella assunzione della percezione come "copia" dell'oggetto esterno.
In nessun senso la percezione può essere la "copia" dell'oggetto reale: l'oggetto reale emerge da un lavorio di astrazioni basato sulla trasformazione delle percezioni in "idee" che rimangono costanti durante tutto l'atto percettivo.
Dal punto di vista dell'ingegnere della conoscenza invece è necessario un legame funzionale che si stabilisca tra la percezione e l'oggetto; tanto più e tanto meglio il simbolo rappresenta l'oggetto nella sua interezza percettiva tanto più è semplificato il lavoro di progettazione.
Il sensibile non può essere definito come l'effetto immediato di uno stimolo esterno, perché già nella percezione scorgiamo la genesi di un processo di integrazione in cui il testo del mondo esterno non è ricopiato bensì costituito.
Si definisce pertanto una distinzione fra "schema" ed "eidos" che si pongono rispettivamente come sorgenti della raffigurazione e di significati nella predicabilità.
L'eidos, seppure intuito "in carne ed ossa", trascende ogni raffigurazione e ogni comprensione esauriente, e si pone come limite-guida del pensare e del nostro orientamento nel mondo.
L'eidos, a differenza della cosa, non è reale e non è psicologico, come non può essere localizzato in nessun posto del mondo spazio-temporale: non viene dunque incontrato come si incontrano casualmente gli oggetti che erano lì già da prima, ma viene intuito sulla base di percezioni ed esperienze concrete e di operazioni vissute.
Proprio in questo consiste quello che è stato chiamato "il miracolo della coscienza"; nel proiettare essenze che illuminano di senso l'esperienza e consentono la significatività del giudizio su di essa e, più in generale, la razionalità del discorso teorico.
Elementi necessari all'intelligibilità della tipicità della vita, esse, proprio come universali, non sono mai comprese o analiticamente circoscritte nelle varie deduzioni concettuali, ma si pongono sempre come qualcosa d'altro rispetto al dato, che di esse è solo parziale aspetto ed esempio.
Da questo punto di vista la fenomenologia si pone come scienza delle essenze, in una genesi naturale che lega la sfera dell'esperienza con quella del giudizio.
Le essenze non sono separate dall'esistenza, anche se appaiono tali nel linguaggio; il linguaggio è un mezzo, che come tale codifica e restringe la ricchezza originale dell'esperire, nel momento stesso in cui, correggendosi ed adeguandosi continuamente, fa trasparire la sorgente trascendentale del significato.
Nel silenzio della coscienza originaria si vede apparire non soltanto ciò che vogliono dire le parole, ma anche ciò che vogliono dire le cose, il nucleo di significato primario attorno al quale si organizzano gli atti di denominazione ed espressione.
Dal punto di vista del linguaggio solo le cose sono veramente oggetti, intese come polo assolutamente irriducibilmente altro dalla coscienza nel rapporto originario io-mondo, mentre tutti gli altri termini posseggono un'oggettività derivata e mediata dal linguaggio stesso.

In complesso, il valore filosofico fondamentale della teoria del la denotazione di Russell consiste nella chiara consapevolezza della separazione vigente fra la sfera del significato, del discorso e la realtà esterna: l'assunzione nel giudizio dell'esistenza di alcunché non implica l'esistenza di un oggetto denotato, e la significatività della proposizione, e quindi dell'asserzione che la esprime, non implica l'esistenza di un oggetto su cui la proposizione "verta" o a cui si riferisca.

Oscar Bettelli


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